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La Dea gravida

Dove eravamo capitati? Incredibile non avere a che fare con mura difensive, eppure, più temibile ancora ci appariva la loro inconcepibile assenza. Uccidere, depredare, anche lo stesso rischio della vita una questione di abitudine. Le abitudini confortano, le novità spaventano. Una città indifesa riusciva quindi a minare la nostra fierezza? Ognuno nel proprio animo temeva la minaccia sconosciuta di armi senza nome e taceva.
La luce della luna illuminava le pietre bianche del confine, posizionate con cura ma senza alcuna funzione apparente. Tenni per me, custodita da un’espressione spavalda, la certezza che esse dovessero animarsi da un momento all’altro

 trasformandosi in spettri assassini.
Restammo tutti fermi prima di attraversarle. Nessuno avrebbe voluto varcare per primo quella soglia misteriosa. Non volevo che nessuno potesse nemmeno sospettarlo ma anche io stavo tremando. Quando l’attraversai per prima. Perché nulla di gioia come scoprirmi migliore di tanti guerrieri maschi.
Proseguimmo, spargendoci come un fiume silenzioso tra le vie della cittadina, spada in pugno e cuore in gola guadagnando passi incerti verso le fiaccole accese delle belle dimore, assai più titubanti che se avessimo dovuto lanciarci contro un muro fitto di spade e lance.
Uccidere, depredare. Lasciammo fumo e dolore dietro di noi. Il rito brutale si celebrò ancora una volta, senza spettri, senza maledizioni. Alla fine bottino e schiavi, tutto in regola.
La mia parte eccola a terra al sicuro nella mia tenda ed è questo bauletto chiuso. Mi piacciono le sorprese.
Metto il naso fuori dalla tenda, scostando appena il drappo centrale. Sono tutti abbandonati sopra le panche o riversi a terra. Ancora con i vestiti imbrattati di sangue. Se qualcuno è riuscito a raggiungere la propria tenda l’ha fatto tentoni, barcollando tra i conati. Ci vogliono fiumi di birra per concludere la giornata vittoriosa in bellezza. Vittoriosi e inanimati, sembrano morti, stremati dall’alcool. Una gioia mal guadagnata: la razzia

 di oggi è stata un giochetto talmente semplice da privarci perfino dell’ebbrezza della battaglia.
Così ora che la festa sta per finire, gli uomini che hanno raggiunto a fatica le tende, vanno a sfogarsi con la moglie o la schiava. Mi domando come fa il loro coso ad aver tanta energia, dopo essersi espresso tutto il giorno con le malcapitate della cittadina assalita. Vedo Ervin sotto una panca, sta ronfando con la bocca aperta. Almeno non mi verrà a cercare. Odio farlo dopo una razzia, sentirmelo precipitare sul mio corpo, ciondolante e ubriaco, con ancora addosso l’odoro di altre […]

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