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L’estate del balon

La sede della Società Sportiva Dilettantistica La Bollente era in un vicoletto della Pisterna, il vecchio centro storico di Acqui. Anche se la maggior parte del quartiere aveva cambiato di mano e i vecchi proprietari erano morti o si erano trasferiti in periferia in palazzine tutte uguali tirate su negli anni sessanta, in quei vicoli c’era ancora l’odore che ricordavo, l’odore di vecchio e di cucina che si era impastato nelle pietre nel corso degli anni.
Prima di entrare ci fermammo in un bar a prendere un caffè. Walter era rimasto in silenzio fino a quel momento. Lo osservai girare il cucchiaino nella tazza. Aveva mani ossute e delicate, polsi nodosi.
Tatuaggi informi sui muscoli affilati degli avambracci. Chissà perché portava già le polsiere che avevamo comprato a Bologna prima di partire. Senza dire niente prese la tazzina e andò a sedersi a un tavolino.
Lo seguii e mi sedetti accanto a lui. Da lì potevamo vedere la strada.

Passavano persone di mezzi età e anziani con piccoli sacchetti della spesa, entravano in una chiazza di sole e ne uscivano per scomparire nei vicoli laterali. Passava qualche donna giovane con la carrozzina o con bambini già grandi, l’espressione di chi ha la vita davanti a sé ed è bene intenzionato a non lasciarsela scappare. Passavano anche ragazze a gruppi di due o tre, talvolta a braccetto talvolta cariche di buste e sporte, una che parlava e l’altra che stava ad ascoltare ridendo.
Walter osservava tutto questo e mi ascoltava distrattamente. Era la prima volta che ci trovavamo da soli e dopo lo scambio di battute di pochi minuti prima non avevo idea di che cosa dire. La sede della Società Sportiva Dilettantistica era a poche decine di metri ma in quel momento era come se si trovasse su un continente favoloso.
“V-valentina – disse a un certo punto -, n-non approva questa cosa.”
“Me n’ero accorto.” risposi. “Me l’hai già detto prima in macchina.» aggiunsi.
Walter si sfregò la fronte con la mano. Al medio portava un grosso anello d’acciaio con un teschio alato che gli lasciò un segno rosso sulla pelle, come un taglio. Agitò la mano e il teschio nell’aria. “N-non voglio dire questo, non sto parlando del balon, non sto parlando di questo. P-parlo di tutto il resto. N-non approva in generale quello che f-faccio, non le piace il mio lavoro, non le piacciono le mie amicizie.”
“Non approva neanche noi, immagino, ma hai detto anche questo poco fa, ricordi? Vorrà dire che ce ne faremo una ragione.”
“Esatto, n-non vi approva, anzi non gli piacete proprio. S-special-
mente tu.”
“Lo? E perché?” Ma lo sapevo, lo sapevo fin troppo bene.
“P-perché dice che sei una specie di cattivo maestro.”
“Cattivo maestro. Pensavo a qualcosa d’altro.”
“E cioè?”
“Non so, che vi faccio perdere tempo, una cosa del genere. Magari non le piace che tu stia a perdere tempo a correre dietro a una palla.
“Oddio, I-la vecchia storia che le donne sono gelose del pallone.”

Walter mi guardò. “Stai tranquillo, n-nessuno di noi ti prende sul serio.”
“Lo so.” dissi.
“Certo che sai un s-sacco di cose.”
“Ma se non ci può vedere, perché la tua ragazza dovrebbe raggiungerci qui?”
“C-cosi saprà di avere ragione.”
Cambiai argomento. “Non avevo mai visto l’anello che porti al medio, prima non l’avevi.”
“Infatti, l’ho c-comprato prima di partire. L’ho comprato come p-portafortuna. Chi me l’ha v-venduto dice che se non te lo togli mai le ali del teschio d-diventano le tue.”
Lo guardai e non risposi. Quella del venditore era ovviamente una balla ma non si poteva mai sapere e in quel momento avevamo bisogno di tutto l’aiuto che potevamo trovare: un teschio con le ali non era certo l’opzione peggiore.
Mi alzai. “Cerchiamo di fare questa iscrizione.” dissi.

[…]

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